Keep it Terron

robe di quando si fa a botte

L’altro giorno ho preso a pugni un tizio. Si, insomma gli ho dato un unico pugno perché stava cacando troppo il cazzo per un motivo stupidissimo e questi è andato via scappando.

Niente di interessante o particolarmente spassoso.

Se non fosse che è la prima volta in vita mia che prendo a mazzate qualcuno che non sia mio fratello (che comunque non sono io che gliele do, è lui che se le tira).

A parte quella volta in cui provai a togliere dal creato quello che crescendo è diventato uno dei più famosi spacciatori del mio paesello e che ora si sarà perso nelle carceri di boh, o forse ha smesso di essere un personaggio pubblico e io non so più che fine ha fatto.

Lo chiameremo Sino Spadino ed è sempre stato un cacaminchia di prima qualità, famoso in tutta la contea di Cisterville.

Per una di quelle ricorrenze cristiane che quando sei piccolo contano qualcosa e quando cresci vorresti che si festeggiassero ogni quattro anni come i mondiali (nessuno vuole arrivare ai trent’anni, vogliamo tutti restare maravigliosi vent’enni)(tranne chi non è un maraviglioso vent’enne manco a vent’anni. ma cazzi suoi)

per una di queste ricorrenze, dicevo, mi regalarono un corso di chitarra. Chè io sono sempre stato appassionato di musica suonata e dovevo dare sfogo al mio innato talento.

Questo corso ebbi la fortuna di condividerlo con Sino Spadino.

Ricordo anche, nota a margine, che mi regalò il corso il morsetto di mia zia, che poi si lasciarono, e che corso e chitarra me li dovette pagare papà Niki.

Forse ricordo male e la chitarra me la regalò qualcuno e il corso lo pagò davvero il fidanzato di mia zia, ma pensare che ha dovuto pagare tutto Niki mi fa ridere di più.

Per tutta la durata del corso, durante il quale ebbi la fortuna di imparare canzoni memorabili come Le gote rosse gli occhi azzurri e poi, E quella tua maglietta fina che io mi immaginavo tutto, Io il gatto tu la volpe siamo in società e robe così, robe serie, che tu ti vedi già con la camicia aperta e i piedi scalzi che suoni e canti la chitarra in riva al mare con un falò di sottofondo e tutte le ragazze bionde e bellissime nella loro gioventù ti guardano con occhi sognanti perché sei un figo davvero romantico e tu mentre canti pensi se la biondina più carina si accolla un anal schietto (cit.) o se farà troppi problemi.

Non ricordo più dov’ero prima di immaginarmi a cantare in spiaggia, ma comunque (attenzione, spoiler) non sono mai diventato quello che suona la chitarra della compagnia quindi era comunque un discorso useless.

Ah, si, durante il corso succede che Sino Spadino approfitta di ogni occasione per darmi la morte: insulti, minacce, prese per culo e ischerzi vari.

Oltre al fatto che rallentava incredibilmente lo svolgimento delle lezioni, dunque, minacciava anche la mia carriera di suonatore di chitarra in riva al mare.

Una sera di carnevale, quando tutti si vestono da qualcosa che possa portare un bastone per scontrarsi con i clan rivali a furia di bastonate e schiuma negli occhi, c’era Sino Spadino che continuava a raggiungermi di soppiatto per svuotare la sua bomboletta di schiuma nei miei poveri occhietti.

Ora, facile fare la guerra se hai un negozio che vende proprio le bombolette di schiuma mentre io dovevo arrangiarmi con le cinquemilalire che rubavo a papà.

Le cinquemilalire le rubavo sempre a papà, che lui non se ne accorgeva mai. Aveva i soldi riposti con cura nelle tasche di qualsiasi giubbotto indossasse.

E io che ero ancora acerbo pensavo fosse ricchissimo e quindi non gli servivano quelle cinquemilalire, che tanto se gliele chiedevo mi diceva no. O mi dava un ceffone. Probabilmente mi dava un ceffone e poi mi diceva “non ho capito che mi hai chiesto”. Così poteva darmene un altro. Eroo.

Poi sono cresciuto e non voglio fare figli perché ho il terrore che questi mi rubino le 5 euro. Che io adesso l’ho capito che papà non era ricchissimo, è solo che è distratto. Io lascio soldi in ogni dove e mi scordo di averli, poi capita che improvvisamente viene a piovere e devo mettermi il giubbotto quello con il cappuccio che non metto mai. E mentre cammino cupo e incazzato con il mondo perché piove trovo 5 euro nelle tasche e allora esulto da solo come un ritardato. Ci tengo a quelle 5 euro.

A mamma, invece, non ho mai rubato neanche duecentolire. A parte che i portafogli femminili sono pieni di scomparti e scompartini che mi ci perdevo a girarlo tutto e ogni volta dovevo capire dove si tenevano gli spiccioli e dove i soldi veri, ma vabè, tanto mamma si incazzava lo stesso che qualcuno (qualcuno a casa mia voleva dire Claudio) le aveva rubato dei soldi.

Ok, si parlava di Sino Spadino che mi riempiva gli occhi di schiuma di carnevale. Lo fece per tutta la serata, di soppiatto. Come un ninja.

Ma poi ebbe la sciagurata idea di farsi vedere mentre caricava, così lo inseguii per tutta la pineta (storica villa del mio paese) brandendo un bastone di ferro con la punta in cartastagnola (ero vestito da negro)(quei negri cannibali dell’Africa) finchè non riuscii a raggiungerlo, neutralizzarlo e riempirlo di bastonate pensando al fatto che per colpa sua non avrei mai scoperto se la biondina che mi avrebbe guardato con occhi sognanti mi avrebbe dato il culo.

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