Keep it Terron

ed è per questo che odio i cani

Era inverno e una giovane donna, madre da poco, decide che è il momento giusto per darsi una sistemata ai capelli.

Una permanente e una sfoltita alle doppie punte è tutto quello di cui ha bisogno per ritornare a sentirsi apprezzata dal mondo.

In attesa che il sapiente uso di forbici, lacca spray e phon facessero il loro effetto, ella decise che avrebbe portato con sè il frutto dell’unione con suo marito: uno splendido bambino dai capelli corvini tagliati a caschetto.

Esso aveva l’invidiabile dono di non passare inosservato causa la sua beltà e di fare da segno di riconoscimento familiare grazie alla fedele riproduzione in scala messa in atto dalla volontà del signore (questa metafora sta a significare che assomigliava a suo padre, perdio!).

Così, i due si misero in viaggio a bordo di una fiammante berlina dal colore improbabile, superando di slancio il cimitero, la curva dei conigli e i pericolosi tornanti che dalla periferia di Cisternino portano al feudo di Casalini.

Sprezzanti del pericolo e della nebbia che asserragliava il ridente borgo pugliese, i nostri riuscirono ad arrivare a destinazione grazie al bagliore emanato dal campanile della chiesa delle Casalenere, ai piedi del quale vi era l’emporio di Silvana che trasformava i capelli ribelli in ordinati catalizzatori di maraviglia.

Mentre la giovane donna lasciava i suoi capelli nelle mani esperte di madama Silvana e discuteva con la stessa di alta filosofia come per esempio “ma lo sai che la figlia di colino delle uova ha divorziato dal marito perchè se la fa con franchino camiciuola?” e robe del genere; il nostro eroe infante, che per comodità chiameremo Claudio, intratteneva le shampiste e l’accorsa clientela di età inferiore ai 20 anni, con il suo charme, il suo savoir faire e il pregio maggiore che un essere umano di pochi anni, se non mesi, ha: scatenare l’istinto materno sito in ogni femmina.

Al termine della session, domati i capelli da una parte, e le pulzelle dall’altra i due si rimisero in cammino per fare ritorno al casolare domestico in tempo per farsi ammirare dall’uomo che sonnecchiava in poltrona tutto il pomeriggio.

Ma il pericolo, si sa, è sempre dietro l’angolo, e l’affascinanza della donna e il carisma del piccolo omino attirarono l’odio e l’invidia di un pastore tedesco che viveva in un vicolo nei pressi del campanile.

Fiutato il pericolo, il nostro eroe (che abbiamo detto chiameremo Claudio), si fece posare sul freddo cemento e affrontò a viso aperto il temibile canide.

Interminabili minuti di shaolin, kick boxe, kung fu e systema, attirarono una discreta folla di localz, che cercarono di sfiancare il sedicente migliore amico dell’uomo grazie alla loro grammatica scorretta.

Il nostro impavido protagonista (che, vi ricordo, abbiamo deciso di chiamare Claudio) riuscì a venirne fuori a testa alta proteggendo chi l’aveva messo al mondo e salvando la nostra galassia dai soprusi di codesti mammiferi pericolosissimi.

Il prezzo che dovette pagare, però, fu altissimo: una paura irrazionale e assolutamente no homo si insedierà in lui ogni volta che vedrà un cane, e, per estensione, qualsiasi altro animale.

Vi svelo, tuttavia, che la giovane donna era mia madre e il giovanissimo eroe (che abbiamo chiamato Claudio non proprio a caso) ero io.
E che i fatti potrebbero non essere andati esattamente così.
Ma da piccolo avevo una grande fantasia.

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