Keep it Terron

4 anni prima che nascevo io, 80 Mania

Nicola fumava nervoso. Aspettava Miriam che era in ritardo come al solito.
Lui aveva fatto in tempo ad arrivare da Bari Carbonara e lei che abitava lì non era capace di essere puntuale mai ‘na volta. Che cazz.
Si sentiva ancora ubriaco dalla sera prima. Non avrebbe rinunciato a salutare gli amici per niente al mondo. L’ultima serata tutti insieme.
Lo sfottevano quella cape gloriose, dottò che ci fai qua nella sede del PCI, tu adesso te ne vai a Milano e finirai a votare DC come tutti gli italiani del cazzo. Dottò!
Dottò un cazzo, quel ricchione di Antonio parlava parlava ma alla fine non si presentava mai quando c’era da manifestare, quando c’era da prendersi mazzate nelle costole dagli sbirri. Lui se ne restava a casa a farsi fare i trimoni da quella ciuccia della sua zita.
Avevano fatto tardi come al solito davanti a na bottiglia di primitivo. Tre, dai. Ancora co sta cazzo di storia di Aldo Moro.
Avevano fatto bene avevano fatto, compromesso storico i miei coglioni.
Ma sia Antonio che Domenico dicevano che no, quello è terrorismo, la scorta non c’entrava niente, erano poveri cristi come loro.
Ma vedi un poco se si doveva far mischiare con la sbirraglia dai suoi migliori amici.
Vabbè Domè, ho capito tu quando stai a pressione non capisci un cazzo peggio del solito. Stampa un altro vurpo che non posso certo portarmi l’erba in treno. E te lo scordi che vi lascio tutto quel ben di dio.
Era il quarto (sesto?) spinello della nottata. Quattro bocce di vino rosso. La 127 di suo fratello l’avrebbe portata a casa su due ruote.

MO, MA SEMPRE STA CAPA DI FRONA TIENI? MA COM’E’? TI DEVO PERDERE CHE MANCO TI HO IMBARATO, NICO’!
Suo fratello gli aveva dato un coppino dietro la testa e poi l’aveva abbracciato.
Erano molto uniti tutti e due, e il giorno dopo si sarebbero separati per chissà quanto tempo.
Giovanni faceva il muratore da quando che teneva 12 anni. Quando papà era morto di polmonite.
Giovanni era bello e non riusciva a tenersi una femmina per più di 5 minuti, si erano sposati tutti i suoi amici e lui aveva una donna diversa in ogni album di matrimonio. E di sposarsi non ne voleva sapere niente. Mamma Filomena lo diceva sempre “e risparmiati un poco di tirnisi per mo che ti sposi!” Giovanni gli faceva l’occhiolino, poi strizzava il pisello di Nicola fischiando e diceva a sua madre “Mammà, hai fatto apposta Nicola per queste cose. Mo quello se ne va a Milano con quel pezzo di femmina di Miriam, fanno una piccola capa di cazzo come lui e tu te ne sali assieme a loro a badare a u bambolott!”.
Mamma Filomena era orgogliosa di Nicola, se ne stava andando a lavorare a Milano, là dice che tengono tutti la macchina e che i bambini giocano per strada senza problemi. Non come a Bari che pare la guerra tutti i giorni.
Quando gli aveva detto quanto avrebbe guadagnato manco se li immaginava com’erano tutti quei soldi uniti. Chi li aveva visti mai?
Però c’aveva paura per il figlio suo. Nelle grandi città quelli sparavano. Rossi e neri. Ammazzavano ai capi del governo, mettevano le bombe. Stavano a uscire tutti matti!

Nicola spense la sigaretta e la vide, bellissima.
Le sue tette arroganti risaltavano sotto quel vestitino giallo leggero. Era il 2 di agosto e faceva un caldo malato. Lui stava squagliando. Ma poteva sentire l’odore di Miriam. Lei profumava di buono. Sempre.
Immaginò di riprenderle in bocca i capezzoli come quella volta che si erano conosciuti sulla spiaggia di Marina di Ugento. Probabilmente era salsedine, ma lui sentì sapore di miele. Si innamorò all’istante.
Pensò che forse non avrebbe aspettato di arrivare a casa loro, a lume di candela, per chiederle se lo avrebbe sposato. Pensò che l’avrebbe chiesto lì, in ginocchio, davanti a tutti. Immaginò le vecchiette che lo guardavano con gli occhietti vispi, che avrebbero detto a Miriam di dire di si, subito. Immaginò Miriam con gli occhi umidi, le fossette nelle guance e la bocca arricciata come faceva sempre quando era emozionata.
Gli stava esplodendo il cuore di gioia.

Ore 10,25 il cuore di Nicola non era l’unica cosa che stava esplodendo. Lì nella sala d’aspetto della stazione di Bologna.